Le donne italiane affette ad oggi da Artrite Reumatoide sono circa 307.387. Di queste il 52%, ovvero circa 160.000 sono casalinghe (fonti: Censis, Anmar, SIR, 2008). Ma questo dato, epidemiologicamente rilevante, determina uno scenario economico ancora più drammatico: nel 2029 i costi indiretti ed diretti a carico del sistema-paese saranno di circa € 430.000.000,00. Per i costi diretti si intendono costi per diagnostica, terapie, ospedalizzazioni, day hospital; per i costi indiretti: perdite di produttività, cure informali, perdita di produttività ed il tempo dei familiari che si prendono in carico l’accudimento del paziente.
Questo lo scenario, più che preoccupante, emerso da una ricerca dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, presentata in occasione del convegno in Senato “Malattie reumatiche: lo stato dell'arte e prospettive di un fenomeno ad alto impatto socioeconomico”. La ricerca, per la prima volta in Italia (ma anche in altri paesi non esistono studi di tal genere) oltre a fotografare l’impatto dell’artrite reumatoide su diverse categorie professionali, ha elaborato una proiezione temporale, a 30 anni, per tracciare il quadro dell'evoluzione, in termini di costi a carico del SSN, delle patologie reumatiche croniche più diffuse e, allo stesso tempo, più invalidanti: l’artrite reumatoide e le spondiloartropatie.
Autore dello studio per determinare i costi di queste patologie nei prossimi 30 anni è il prof. Americo Cicchetti, docente di Organizzazione Aziendale presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore, che, con un modello previsionale di tipo cost of illness, ha stimato i costi dell’ artrite reumatoide e delle spondiloartropatie, considerandoli come variabili direttamente dipendenti dall’evoluzione naturale della patologia e simulandone la dinamica temporale. "Partendo da dati epidemiologici diffusi da studi di rilevanza internazionale – spiega il prof. Cicchetti – abbiamo ricostruito la storia naturale delle due classi di patologie considerandone, a seconda della severità, la divisione in stadi e stimando la probabilità con cui, in assenza di trattamenti e col passare degli anni, ogni individuo evolve da uno stadio all’altro di severità maggiore. Per l’artrite reumatoide, complessivamente abbiamo considerato 411.692 soggetti attualmente malati divisi nei 4 stadi di severità ipotizzati e ne abbiamo seguito l’evoluzione nei prossimi 30 anni, includendo anche i nuovi soggetti che contrarranno la patologia nel corso di tale orizzonte temporale. I primi risultati originati dal modello mostrano come, per quanto riguarda l’artrite reumatoide, nei prossimi 30 anni il costo annuo sarà variabile fra i 3,3 (dati 2009) ed i 4 mld di euro (picco stimato al 2029), sempre considerando la somma di costi diretti ed indiretti. Per quanto riguarda invece le spondiloartropatie – precisa il prof. Cicchetti – sebbene i dati reperiti non abbiano consentito di effettuare stime accurate come nel caso dell’artrite reumatoide, è stato possibile stimare un costo annuo (a livello nazionale) di circa 722 milioni di euro".
L'Organizzazione Mondiale della Sanità indica che le malattie reumatiche sono la prima causa di dolore e disabilità in Europa, e che, da sole, rappresentano la metà delle malattie croniche che colpiscono la popolazione al di sopra di 65 anni(Fonte Ministero della Salute). In Italia, si stima che più di cinque milioni di abitanti, ovvero quasi un decimo della popolazione, di cui il 40% in età lavorativa, soffrano di malattie reumatiche, che sono al primo posto fra le patologie cronico-degenerative e rappresentano la seconda causa di invalidità. (Fonte Inter. Parlamentare di D. Scilipoti, 29 gennaio 2009). Queste patologie costringono spesso le persone che ne sono colpite a dover affrontare un vero e proprio percorso ad ostacoli, con implicazioni nella sfera personale, familiare e professionale. La malattia cronica obbliga, infatti, la persona colpita a modificare il proprio stile di vita e ad impegnare parte del tempo e delle energie nella cura della problematica che lo affligge, incidendo pesantemente sui costi dell’assistenza socio-sanitaria.
Ad oggi, infatti, la spesa complessiva per le principali malattie reumatiche croniche in Italia è pari a circa 5-6 miliardi di euro l’anno, di cui circa un terzo a carico del SSN mentre i due terzi sono rappresentati dalla perdita di produttività.
“Ammalarsi oggi – sottolinea Antonella Celano, Presidente dell’Associazione Nazionale Malati Reumatici – in una società caratterizzata dal mito dell’apparire, della perfezione, dell’efficienza, della produttività, significa avere enormi difficoltà d’integrazione sociale e lavorativa. La malattia cronica obbliga la persona colpita a modificare il proprio stile di vita e ad impegnare parte del tempo e delle energie nella cura della problematica che lo affligge. I problemi che la persona con patologia reumatica deve affrontare non sono solo di carattere soggettivo, e quindi accettazione e riconoscimento della malattia, ma sono anche di carattere oggettivo. Infatti le variabili esterne, che inevitabilmente creano problemi di carattere oggettivo, riguardano non solo le barriere architettoniche, ma anche l’accesso alle terapie, differente tra le diverse regioni d’Italia, le commissioni di invalidità e l’esenzione ticket, le liste di attesa troppo lunghe, la scarsa esistenza di strutture per la prevenzione, la diagnosi e la cura delle patologie reumatiche, le poche strutture riabilitative, e così via. Prendere coscienza della propria malattia può essere d’aiuto per una migliore gestione della propria condizione. Non si possono alleggerire le problematiche che una patologia cronica comporta, se non ci si pone con un atteggiamento maturo e responsabile. In questo senso, diventa centrale il confronto con il Sistema Sanitario e con i relativi limiti e disservizi. Molti progressi sono stati compiuti, ma il paziente avverte ancora troppo il distacco con l’altro attore del sistema sanitario, cioè il medico, e si sente ben lontano dall’essere il protagonista attivo nel processo terapeutico che lo riguarderà, anche perché tarda ancora a diffondersi una piena cultura che collochi il malato al centro dell’intero sistema sanitario”.